martedì 24 luglio 2012

Una storia di coaching



Ho trovato un’azienda che davvero si occupa del benessere dei propri dipendenti. Vorrei condividere con voi questa esperienza.
Sono stata contattata per un percorso di coaching con un dipendente a cui era appena stata offerta una posizione da manager. L’azienda, in accordo con l’impiegato, aveva deciso di investire in questo percorso perché la persona potesse migliorare una determinata performance.



Lavorando con questa persona, molto aperta e sensibile, scoprimmo che ciò che per lei era davvero importante erano le relazioni con gli altri, il buon clima comunicativo, l’accettazione e la condivisione delle decisioni. Ma definendo quello che il ruolo manageriale implica, cioè la necessità, a volte, di dover prendere decisioni sia impopolari che non condivisibili, il “cochee” mi aveva comunicato la sua intenzione, molto serena, di “fare un passo indietro”, rinunciando al ruolo manageriale per preferire quello di esecutore. Dopo aver approfondito la qualità della decisione e la serenità della persona avevo comunicato all’azienda il risultato raggiunto, apparentemente contrario ai desideri aziendali. La responsabile della formazione mi ha sorriso e detto “Siamo molto contenti. Noi vogliamo dipendenti felici e motivati, quindi questo risultato è coerente con i nostri valori.”

È una storia apparentemente anomala che invece potrebbe  rappresentare una consuetudine. Vi è mai successo qualcosa di analogo?

3 commenti:

  1. gianfranco bertasi24 luglio 2012 12:11

    Buongiorno Patty, interessante la tua esperienza e significativa. Situazioni analoghe, più che auspicabili purtroppo sono rare. Potrà sembrare un paradosso ma il motivo è legato al fatto che anche i manager devono essere degli esecutori. Solo che eseguono non solo compiti ma anche ordini impopolari e vengono scelti anche in funzione della loro efficenza in queste ultime circostanze. Ci potremmo chiedere invece, se la soluzione migliore è fuggire la possibilità di dover prendere soluzioni anche dolorose o se non è piuttosto meglio lavorare a 360 gradi affinchè queste abbiano il minor impatto negativo possibile; nel darle ma anche nel riceverle. E' un ragionamento astratto, lo so, perchè poi ognuno in cuor suo sa cosa si sente di fare e ciò che invece è meglio che deleghi ad altri. Grazie dei tuoi contributi che sono per me spunti di riflessione e approfondimento. Un abbraccio e buona estate. Gianfranco.

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  2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  3. Ciao Gianfranco. Grazie dei complimenti e del commento . Le tue osservazioni aprono interessanti riflessioni che varrebbe la pena approfondire. Dal mio punto di vista credo sia una questione etica individuale.
    Buone vacanze e un caldo abbraccio.

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