
Ciò che avviene in aula in termini di relazione è sempre il risultato dell’incontro tra quel formatore e quel gruppo. Quindi quando si osserva il comportamento del gruppo la domanda che dobbiamo porci è: “Cosa ho fatto io per produrre quei comportamenti?” e ancora “Cosa devo cambiare io per produrre nuovi comportamenti?”.
Questo è il cambio di prospettiva. Il formatore non può pensare che gli è capitato un brutto gruppo, non esiste un bel gruppo o un cattivo gruppo: c’è un incontro. In più ricordiamoci che per ogni brutto gruppo c’è un formatore che non ha capito quale sarebbe stato l’atteggiamento migliore per il gruppo stesso.
Facciamo degli esempi pratici per capirci meglio, un caso può essere quando ci vengono poste domande conflittuali. Se io formatore entro nel gioco di potere e conflitto vuol dire che mi sono sentito come se l’altro dubitasse della mia competenza, ecco quindi che capita che rispondo lanciandogli una bordata.
Il formatore deve conoscere le proprie possibili risposte emotive ed imparare a gestirle in un modo adulto.
In pratica applicando il cambio di prospettiva mi posso rendere conto che non è lui che è ostile perché mi ha posto la domanda in modo sbagliato e scortese, ma sono io che mi devo assumere la responsabilità di avergli risposto in quel modo perché mi sono girate le pall*.
Per un formatore quindi non vale esclusivamente il corso di tecniche e gestione dell’aula, invece vale il percorso di essere consapevoli di cosa si è. Non vuol dire fingere, ma riconoscere la propria parte di responsabilità.